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San Domenico a Cocullo

San Domenico a Cocullo

Serpari - primo giovedi di maggio (dal 2012 il 1° maggio)

La festa

A Cocullo (L'Aquila) il primo giovedì di maggio si celebra la festa di San Domenico, il santo patrono, conosciuta anche come la "Festa dei Serpari", l'avvenimento religioso più noto di tutto l'Abruzzo, festa ricca di sincretismi in molti aspetti della sua ritualità. Il patronato del Santo, al quale si attribuisce un miracoloso potere contro i morsi dei serpenti, si giustifica con un episodio narrato in "Vita e morte del beato Domenico di Sora", scritto da Giovanni, suo discepolo e compagno delle innumerevoli peregrinazioni. Egli narra che «un giorno il priore di Montecassino gli mandò al suo monastero di San Bartolomeo parecchi pesci come dono. Poco prima di arrivare i frati decisero di nascondere quattro fra i più grandi in una cavità della roccia per poi riprenderseli al ritorno. Il Santo dopo averli baciati li invitò a pranzare insieme con lui e i confratelli. Quando al terzo giorno espressero il desiderio di ritornare all'abbazia, Domenico scongiurò loro di non accostarsi ai pesci che avevano nascosto perché si erano trasformati in serpi. E poiché quelli erano perplessi, li fece accompagnare da due frati che portavano il suo bastone. Arrivati alla roccia, trovarono effettivamente delle serpi che, toccate dal magico bastone, tornarono pesci. I due frati, scossi dall'insolito episodio, corsero da Domenico chiedendogli fra le lacrime di intercedere in cielo per la loro salvezza. Il santo, commosso e impietosito, prescrisse loro un digiuno di tre giorni al termine del quale, raccoltosi in preghiera, ne ottenne il perdono».

L'episodio rappresenta una rivisitazione cristiana di rituali e credenze ben più antichi che fonde e trasferisce sul Santo culti precristiani, come quello della dea Angizia, il cui tempio si trovava presso Luco dei Marsi, e alla quale i Marsi, popoli italici del luogo, noti sin dall'antichità come serpari, erano devoti. La dea, una delle tante Signore degli animali italiche, è riconoscibile in una statuetta femminile che trattiene un serpente nella mano sinistra, rinvenuta presso il lago del Fucino. Altro culto di riferimento è quello del sacerdote Umbrone, incantatore di serpenti, descritto da Virgilio nell'Eneide. La figura del serparo si perpetua anche nel medioevo ed oltre, fino ai giorni nostri: il "ciarallo", una sorta di incantatore di serpenti capace anche di immunizzare dal loro morso, si convertirà in serparo.

Alla fine della stagione fredda, alcuni cocullesi, detti "serpari", che secondo la tradizione, conoscono il segreto per rendere inoffensivi i serpenti con il suono del corno (kerallos), si recano sulle falde dei monti vicini per dare la caccia e catturare le serpi (bisce, cervoni, colubri, lattari, ecc.), che saranno le "accompagnatrici" del Santo durante la processione. La caccia si svolge fino al giorno precedente la festa, nel giorno della vigilia detta "festa piccola" o "Santa Maria", giorno in cui si commemorano ufficialmente i caduti, mentre la banda cittadina dà inizio alle esibizioni musicali e le bancarelle cariche di mercanzie aprono i loro "battenti".

Dopo la celebrazione della santa messa nel santuario di San Domenico inizia la vestizione della statua del Santo che, adagiata sul sagrato viene addobbata con ori e grovigli di serpenti vivi segnati sulle teste, viene quindi portata a spalla in processione fino a raggiungere la sommità del paese, dove riceve l'omaggio dei fuochi pirotecnici. Il corteo è preceduto da ragazze in costume tradizionale che portano canestri colmi di ciambellati benedetti, grosse ciambelle di pasta dolce decorate con confetti, che verranno offerte al portatore dello stendardo e a quelli del simulacro del santo.

Durante la processione i rettili si intrecciano in spirali scenografiche e si attorcigliano intorno alla testa del Santo: se i serpenti arrivano a coprirne anche il volto l'avvenimento viene ritenuto di cattivo auspicio. I serpenti a Cocullo sono più rispettati che altrove, specialmente da quando è venuta meno la consuetudine ucciderli alla fine del rituale: fino a non molti anni fa le serpi venivano "sacrificate" nel piazzale della Chiesa di San Domenico, mentre oggi un diverso spirito religioso e una intervenuta consapevolezza ecologista, fanno sì che queste vengano liberate negli stessi luoghi dove sono state catturate.

Al termine si fa ritorno al santuario, dove si svolgono i riti di più intensa carica emozionale. Il culto popolare, come già si è detto, attribuisce a San Domenico anche poteri antifebbrili, antiodontalgici; per questo motivo, nella Cappella di San Domenico, che accoglie l'effige del Santo, i fedeli fanno la fila per raccogliere da dietro l'altare pietrisco da spargere intorno alle case a protezione dalle serpi e da utilizzare anche a scopo rituale nei campi. A questo punto si compie il rito della campanella: i fedeli tirano con i denti la corda della campanella, collocata vicino alla cappella, per preservarsi dal mal di denti ed eseguono riti propiziatori di benedizione alle persone e agli animali. Singolare il commiato dei pellegrini di Atina, radunati per la partenza dinnanzi alla statua, al suono di zampogna e ciaramella: «Addio San Domenico/ noi siamo di partenza/ e dacci la licenza,/ la santa benedizion...». Essi ripetono più volte il saluto, mentre con il viso rivolto al Santo, camminano all'indietro in un lento salmodiare.

Testo: P. Izzo. Adattamento a cura della Redazione

Cocullo

Cocullo (L'Aquila) è situato ai confini tra la Valle Peligna e la Marsica, nell'alta Valle del Sagittario. Il suo più antico insediamento, la cittadina greca indicata dallo storico Strabone (I sec. a.C.) con il nome di Koνκoνλoν, è stato identificato in località Triana e Casale in prossimità dell'odierno paese. Oltre alle considerevoli testimonianze di necropoli preromane, assimilabili in generale alle tombe peligne più antiche, furono ripetutamente verificate in passato presenze di reperti di età romana quali mosaici, muri e isolati resti riconducibili al periodo imperiale. Nel medioevo le esigenze difensive costrinsero la popolazione a rifugiarsi più in alto e a cingere di mura il paese, incluso nella Diocesi di Valva e soggetto politicamente alla Contea dei Marsi, potente famiglia feudale con sede nella vicina Celano. Le famiglie di feudatari che si avvicendarono sul territorio furono numerose: dai Piccolomini ai Peretti, dai Savelli ai Barberini, ai Colonna.

Nel cuore del centro storico, nella parte più elevata del paese, sorge il Rione San Nicola, che racchiude in sé una delle zone urbane meglio conservate e significative. Sovrasta le antiche mura la Torre medievale a base quadrata, (sec. XII) costruita in blocchi di pietra e riadattata a campanile dell'attigua Chiesa di San Nicola, danneggiata gravemente dal terremoto del 1915. La sua facciata mostra i molteplici interventi effettuati durante i secoli di impiego dell'edificio sacro, ormai sconsacrato e ridotto a pochi resti. Opposta al Rione San Nicola sorge la Chiesa di San Domenico dove rivivono i riti in onore del Santo e parte la processione di maggio. Il santuario quasi completamente ricostruito nel corso del XX secolo, sorge sul luogo di una chiesa più antica, dedicata a San Domenico sin dal XVII secolo, periodo in cui divenne patrono di Cocullo.

San Domenico

San Domenico Abate, sacerdote e monaco benedettino nato a Foligno nel 951, giunse alle soglie del Mille in Abruzzo, dove fondò chiese e fu considerato autore di numerosi miracoli. Domenico, dopo aver frequentato una scuola per apprendere a leggere le Sacre Scritture decise di dedicarsi alla vita religiosa, praticando la fede e l'osservanza della regola benedettina "ora et labora" ogni atto della sua vita: da quando scelse di entrare nel monastero di San Silvestro, a Foligno, a quando si spense, a Sora il 22 gennaio 1031, nell'abbazia da lui stesso fondata cui lasciò in eredità il suo corpo, che ancora oggi è profondamente venerato.

La sua opera missionaria con le numerose costruzioni di monasteri e chiese rispondeva, da un lato, all'esigenza di portare la parola divina tra la gente, per diffondere i valori della cristianità e, dall'altro, a quella di divulgare la conoscenza delle tecniche agrarie, delle pratiche mediche e delle abilità artistiche; cioè di tutte quelle attività che i monaci benedettini, da ben cinque secoli, esercitavano con successo fornendo un aiuto concreto alle popolazioni locali.

Domenico divenne ben presto molto famoso anche per le sue virtù taumaturgiche: ancora oggi egli è venerato come protettore dalle tempeste, dalla febbre, dalla rabbia, dai morsi degli animali selvaggi e velenosi (come ad esempio i serpenti) e dalle malattie dei denti. Il Santo, che svolse anche un importante ruolo di riorganizzazione del mondo monastico del tempo scosso da una profonda crisi di valori, fu considerato il precursore di importanti movimenti di rinnovamento monastico, come quello dei Cistercensi o dei Cluniacensi e della nascita di nuovi ordini: quelli dei Domenicani e dei Francescani.

Le testimonianze sulla vita di San Domenico Abate sono tratte da due agiografie, scritte pochi decenni dopo la sua morte, dal monaco Giovanni, che lo aveva seguito per gran parte della sua vita, e dal monaco Alberico, cassinese, divenuto successivamente cardinale. Esiste anche una importante raccolta di miracoli, riportata nell'Analecta Bollandiana, di cui non si conosce l'autore, alcune citazioni sulla Chronica Casinensis ed alcuni documenti relativi alla donazione dei cenobi costruiti. Quindi, c'è il ricco filone che ha avuto inizio nel 1604 con l'opera di Gaspare Spitilli ed è proseguito con lo Iacobilli e con il Tosti, al quale si sono rifatti quasi tutti gli autori successivi, apportando soltanto piccole variazioni.


Foto: V. Contino, 1969
Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia


Foto: R. Ludovici, 1982
Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia


Foto: M. Marcotulli, 1983-1998
Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia


Foto: A. Lombardozzi, 1990
Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia


Foto: M. Marcotulli, 2005
Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

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