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Foto: E. De Simoni (26 febbraio 2006). Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia Foto: E. De Simoni (26 febbraio 2006). Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

Carnevale a Castelnuovo al Volturno

Uomo Cervo - ultima domenica di carnevale

Maschere zoomorfe

Le maschere zoomorfe sono presenti in numerosi carnevali europei e italiani, dalla Sardegna all'area alpina, il loro uso cerimoniale è inoltre attestato fin dall'antichità e in aree diverse, in Asia, in Africa e in America. Il travestimento zoomorfo carnevalesco è particolarmente diffuso in ambito agro-pastorale e in zone montane, dove risultano più accentuate le caratteristiche selvatiche della natura e l'importanza del mondo animale.

Le varie forme nelle quali il mascheramento si esprime, nei rituali d'interesse etnologico e nell'iconografia classica, si ricollegano in generale all'aspetto negativo dell'alterità non umana, e rientrano nella dimensione del conflitto tra vita e morte, che caratterizza il carnevale. Tratti lugubri, spaventosi e violenti contraddistinguono questo genere di maschere, che ben rappresentano il carnevale, considerato nel suo aspetto precipuo di drammatizzazione della fine e di propiziazione del nuovo inizio attraverso il sacrificio.

Nella sua lunga storia il carnevale viene osteggiato dal potere dominante, sia esso politico o ecclesiastico, e il travestimento zoomorfo risulta uno degli aspetti più condannati. Paciano, vescovo di Barcellona (IV sec. d.C.), nel suo trattato Cervulus biasima aspramente i rituali di derivazione pagana tenuti nelle calende di gennaio, nei quali è presente la maschera del cervo. Ma più in generale è disapprovato il travestimento da bestia: «In istis enim diebus miseri homines et, quod peius est, etiam aliqui baptizati sumunt formas adulteras, species monstruosas, in quibus quidem quae primum ridenda aut potius dolenda sint, nescio. Quis enim sapiens credere poterit, inveniri aliquos sanae mentis, qui cervulum facientes in ferarum se velint habitus commutare? Alii vestiuntur pellibus pecudum; alii adsumunt capita bestiarum, gaudentes et exultantes, si taliter se in ferinas species transformaverint, ut homines non esse videantur».

Alla figura del cervo sono associate immagini contrastanti: dal dramma di Atteone, tramutato in cervo da Diana e sbranato dai propri cani, alla divina apparizione del Salvatore a Sant'Eustachio, tra le corna di un cervo. Nelle forme carnevalesche il cervo, come le altre espressioni del selvatico zoomorfo, si mostra nella sua duplice valenza di morte e di vita, e soltanto attraverso la sua uccisione si può attuare la rinascita della natura.

L'Uomo Cervo a Castelnuovo al Volturno

La pantomima dell'Uomo Cervo, organizzata a Castelnuovo al Volturno (Isernia) l'ultima domenica di carnevale, si può ricollegare a rituali d'antica origine, presumibilmente connessi non solo a scene di caccia ma anche a incursioni di animali feroci dal bosco al centro abitato. Riproposta dall'Associazione Culturale "Il Cervo" dal 1993, in forma di spettacolo e non più come spontanea manifestazione carnevalesca, la rappresentazione prevede il coinvolgimento di numerosi personaggi, ma le figure centrali sono: il Cervo, la Cerva, Martino e il Cacciatore.

Sin dalla mattina figuranti in costume preparano il cibo per la festa, in particolare la polenta, in grosse pentole di rame. Nel pomeriggio gli attori si dedicano alle complesse operazioni del trucco e del mascheramento, e la gente comincia a radunarsi in piazza, intorno allo spazio circolare che delimita la pantomima. Dopo il tramonto ha inizio la rappresentazione, con l'arrivo delle Janare, streghe dal volto scuro e dalle lunghe capigliature, accompagnate dal Maone, il loro corrispettivo maschile (Queste figure sono state introdotte nella riproposizione). Le Janare danzano intorno al fuoco mentre il suono delle zampogne preannuncia la discesa del Cervo, che giunge improvviso e violento. Il Cervo ha il capo sormontato da grandi corna ramificate, indossa un costume di pelli ruvide e scure sul quale pendono alcuni campanacci, le mani e il volto sono anneriti. Entra dunque in scena la Cerva, ricoperta da un pellame più chiaro. I due si avvicinano, si annusano e comincia il corteggiamento. Sia il Cervo che la Cerva, tuttavia, si abbandonano a tratti a comportamenti aggressivi e bestiali.

La loro furia viene arginata da Martino, un Pulcinella locale. Il costume di Martino è composto da un abito bianco e da un lungo cappello conico addobbato con nastri colorati, il suo volto è vistosamente truccato, ai piedi calza le cioce, in mano ha un bastone e una fune. Martino tenta di catturare gli animali, che fuggono manifestando la loro rabbia con salti e gesti violenti, anche nei confronti della gente che assiste alla pantomima. I Cervi vengono quindi presi e legati da Martino con la fune, ma riescono facilmente a liberarsi. La loro furia sembra non avere limiti, rifiutano anche il cibo che gli viene offerto. Soltanto il Cacciatore riesce a fermare la violenza delle bestie, uccidendole con un fucile. Dopo l'esecuzione, il Cacciatore si avvicina ai corpi degli animali, si china e soffia nelle loro orecchie, restituendo la vita e liberandoli dal male. La rappresentazione termina con l'accensione di un grande falò.

Testo e adattamento: E. De Simoni (tratto da Patrimonio immateriale del Molise)


Foto: E. De Simoni e D. D'Alessandro (26 febbraio 2006)
Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

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