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Vestizione del Diavolo. Foto: E. De Simoni (28 febbraio 2006), Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia Vestizione del Diavolo. Foto: E. De Simoni (28 febbraio 2006), Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

Carnevale a Tufara

Diavolo - martedì grasso

Maschere diaboliche

Fin dai primi secoli della cristianità la chiesa associa le maschere al demonio, in questo atteggiamento non vi è soltanto il tentativo di eliminare le cerimonie dei "pagani", ma anche la volontà di sottrarre la morte al precedente orizzonte religioso, e di inglobarla in un nuovo ordinamento salvifico, che non prevede l'azione partecipativa al sacrificio, con i suoi eccessi e le sue trasgressioni.

La maschera, intesa come attributo del diavolo nella prospettiva cristiana, rientra nelle forme carnevalesche e persiste come maschera principalmente diabolica, collegata alle anime dei morti e agli spiriti infernali. Ne sono prova le maschere di tanti carnevali, italiani ed europei, caratterizzate da un aspetto misterioso e da atteggiamenti demoniaci, prerogative condivise anche da figure più note, come Pulcinella e Arlecchino.

Il Diavolo di Tufara

Il Diavolo di Tufara (Campobasso) contiene gli elementi più significativi del carnevale, interpretato come espressione simbolica del contrasto tra la vita e la morte, tra il bene e il male. Inoltre al Diavolo, o ai Diavoli, si affiancano simulacri che raffigurano il carnevale stesso: il capro espiatorio viene in tal modo sdoppiato, e ne risulta un rafforzamento della duplicità di base. La presenza di un alter ego del carnevale è documentata anche in altri esempi italiani, dalla Sardegna al Trentino. Gli interpreti della rappresentazione di Tufara sono tutti ragazzi e uomini, come nel carnevale di Cercepiccola. L'organizzazione è affidata generalmente a un'associazione locale, ma l'intervento di altri gruppi può dar luogo, talvolta, a più di un corteo. In alcune edizioni è previsto un gemellaggio con altri carnevali, caratterizzati dall'uso di maschere zoomorfe o comunque affini a quella del Diavolo (ad esempio, nel 2006, con i "Thurpos" di Orotelli).

La preparazione inizia nella tarda mattinata del martedi grasso, in posti che si vorrebbero mantenere segreti. La vestizione e il trucco sono effettuati dai ragazzi stessi che comporranno il corteo. Particolarmente complessa è l'operazione di mascheramento del Diavolo, che deve essere ricoperto da una pesante casacca scura, composta, secondo la tradizione, da sette pelli di capra, cucite tra loro al momento della vestizione. Il Diavolo indossa una maschera nera, sovrastata da due protuberanze a forma di corna ornate da nastri rossi; dalla maschera pende una lunga lingua di colore rosso. In mano ha un tridente di ferro, con il manico di legno.

Al termine della preparazione il corteo esce: dinnanzi al Diavolo avanzano due figure che hanno il volto imbrattato di farina, un costume bianco, attraversato da strisce colorate, un fez rosso sul capo e un falcione. I due personaggi rappresentano la morte e il bianco delle vesti rievoca il costume di Pulcinella, maschera collegata all'oltretomba. 

Alberto M. Cirese, Il diavolo a Tufara, “La Lapa”, a. III, n. 1-2, 1955, pag. 37

Il Diavolo viene trattenuto con pesanti catene da tre o quattro personaggi incappucciati, in abiti monastici e con la faccia annerita. Il corteo inizia dunque a scendere impetuosamente per le vie del paese. Dalle finestre la gente assiste alle acrobazie del Diavolo, che salta e si rotola in terra, agitando e battendo ripetutamente il tridente sulle pietre delle strade e sugli usci delle case, mentre le altre maschere tentano di prendere in ostaggio con le catene chiunque capiti sul loro percorso. Il frastuono che deriva dalle 

grida animalesche e inquietanti delle maschere e dal rumore dei loro oggetti sembra rappresentare l'ultima esplosione vitale e minacciosa del carnevale prima del silenzio quaresimale, l'esultazione del Diavolo risorto dalla notte dell'inverno. Il corteo non si limita ad agire nello spazio esterno, ma invade anche l'interno delle abitazioni, per reclamare vino e cibo.

La rappresentazione tradizionale del Diavolo è l'evento principale del carnevale di Tufara, ma si organizzano anche sfilate di carri allegorici, generalmente ispirati a temi d'attualità. Altri personaggi inoltre si esibiscono nella giornata festiva: tra questi alcuni musicanti in maschera, che compongono un'orchestrina itinerante, uomini in travestimento femminile e "U' Pisciatur", figura 

che rappresenta gli eccessi carnevaleschi, in particolare alimentari. La lunga corsa del Diavolo ha fine verso sera quando, dinnanzi all'antica fortezza longobarda, si compirà il processo e la condanna a morte di Carnevale. Sulla rocca sono pronti i fantocci di panno e paglia da giustiziare, e vi è un tribunale composto da un presidente e da due giudici. Vengono elencati misfatti e meriti del Carnevale, difeso dalla madre-parca, con la conocchia e il fuso, e dal padre, i quali già portano in una culla il nuovo nato. Dopo la sentenza i fantocci vengono gettati dalle mura. Il Diavolo si libera dalle catene e prontamente si avventa sui "corpi" con il tridente e ne fa scempio, disseminandone poi le spoglie e scomparendo nell'oscurità.

Testo e adattamento: E. De Simoni (tratto da Patrimonio immateriale del Molise)


Foto: R. Cavallaro, (7 marzo 1973)
Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia


Foto: E. De Simoni e D. D'Alessandro (28 febbraio 2006)
Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

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