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San Michele Arcangelo. Foto: M. Cartusciello, (1885, 1914, 1925, 1960, 1980), Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia San Michele Arcangelo. Foto: M. Cartusciello, (1885, 1914, 1925, 1960, 1980), Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

San Michele Arcangelo a Padula

ULTIMA DOMENICA DI MAGGIO - SECONDA DOMENICA DI GIUGNO

La festa

Ultima domenica di maggio: San Michele e Tutti i Santi

A Padula (Salerno) è detta anche la festa di Tutti i Santi. In quest'occasione tutte le statue delle altre chiese parrocchiali e delle cappelle del paese, fino agli anni '70, «si recavano in visita» al protettore San Michele, per la funzione delle ore undici in Chiesa Madre. Oggi solo San Francesco giunge dal Convento alla periferia del paese verso la pianura.

Le statue, tra le quali sono soprattutto quelle della Chiesa ospite, e attualmente solo quelle piú leggere, vengono accomodate lungo le navate laterali già prima della liturgia, al termine della quale sono disposte in teoria sul piazzale antistante in attesa del Santo, che esce dalla chiesa adorno degli ori e di primizie, in particolare ciuffi di ciliegie messi in bell'ordine.

La festività anche qui ha carattere agrario, e lo pone meglio in evidenza la prerogativa spiccatamente pastorale di quella riservata a San Francesco all'inizio dell'autunno. Un tempo precedevano le portatrici dei cindi, la Congrega del Rosario, le Figlie di Maria e il Terz'Ordine Francescano, coi rispettivi stendardi. La processione compie il giro dell'intero paese, seguendo un percorso piú completo delle altre.

Il racconto delle antiche modalità di svolgimento delle feste padulesi è tramandato da don Arcangelo Rotunno, sacerdote e benemerito archeologo e letterato, vissuto tra la metà dell'Ottocento e la fine degli anni Trenta. «Oltre il suono giulivo delle campane della Chiesa Madre, anche quelle delle altre chiese squillano a festa ne' predetti giorni e in altri simili». «La sera della vigilia della solennità del Patrono, di quella popolarissima di Monte Romito e di qualche altra si accendono per le vie i falò, le Sacre cerimonie montane - vere villeggiature pel popolo, - sono allietate dal suono delle cennamelle e della cornamusa». «A volte dei vaghi cinti o castelli di candele ornati di fiori e di nastri, seguono i questuanti o la processione prima di essere consegnati ai procuratori della festa: i quali procuratori si fanno, nelle collette per l'abitato, precedere da uno stendardo a mo' di panno da testa o di scialle adorno di una immagine del festeggiato per la sottoscrizione. E quel drappo preceduto dalla musica, si porta al favorito dalla sorte la sera; e, allora, cerimonie e cortesie. Ragazze (verginelle) ornate di fiori naturali o artificiali, abbigliate per la circostanza, ordinariamente o in maggioranza in candida veste, partecipano, serie e modestissime, ai convegni, alla processione che sosta ove brucia, scoppia la batteria». «La sera delle maggiori solennità, nella Piazza Umberto I o in altro piazzale, si bruciano fuochi artificiali piú o meno numerosi, svariati e attraenti».

Seconda domenica di giugno: San Michele alle Grottélle

Ai margini della Cívita, verso sud est, in una grotta naturale è conservata la statua di pietra, il simulacro in realtà è di tufo grigio, ma la credenza popolare gli attribuisce un materiale piú pregiato, di un piccolo San Michele che si dice proveniente dalla Certosa. La processione si svolge sul posto, al suono delle zampogne, nel luogo dove sorgeva Consilínum, lungo le vestigia di quelle che furono le sue mura esterne, sino alla Cappella di San Sepolcro.

La tradizione voleva che si cantasse il Rosario di San Michele che inizia col Padre nostro:

"Patre nnuóstu riccitiéllu,/ jangu, russ' e tturchiniéllu,/ ccu ssa vèsta turchinèlla,/ GGesú mmiu, quando sí bbèllu./ GGesú mio, non mi lasciare,/ chi iu nu àggiu addov'andare;/ e, ssi pur mi lascería,/ fammi luci a st'arma mia./ Fuggi, fuggi, traritóri,/ non mi dar piú ppèna a mia,/ ca àggiu pirmísu a lu Signóri/ ca i su ssèrvu ri María. Dieci volte si ripete al posto dell'Ave Maria: PPi mmar' e ppi ttèrra/ sí nnuminàtu tu,/ Sandu Michèl'Arcàngilu,/ sí cchjinu ri virtú./ Lauràmu a stu ghran Príngipi/ e la sua potestà:/ Sandu Michèl'Arcàngilu/ pper noi stai a pprighà./ San Michèli stai ngiélu,/ stai ngiélu e ssèmbi prègha,/ prègha il Cuore di Gesú:/ Sandu Michèli aiutànni tu. Invece del Gloria si canta: Chi è cchiru ca stai ngòppa a st'autàra?/ Si chjama lu ghran Príngipi Michèli./ Chi ngi cérca lu ggràzziu ngi lu ddóna,/ chi tèni lu còri affllíttu ngi lu sana./ Sandu Michèli, iu ti ni cércu una:/ a lu pundu ri la mòrti m'hai aiutàni./ Quann'è lu pundu ri la mòrti mia,/ Sandu Michèli mi sia ppi ccumbagnía".
E si conclude, in sostituzione della Salve, Regina, con la Coronèlla:

"E una è la stella:/ San Michele s'ingròna,/ si mette la sua cròna/ e al cielo se ne va. Poi: E due só le stelle... E tre só le stelle... E ddúrici só le stelle:/ San Michele s'è ngrunàtu,/ al cielo se n'è andato/ ppi una ternità".
Questo rituale oggi solitamente non è piú praticato.

8 maggio: San Michele

Ancora negli anni '50 dello scorso secolo, il Santo veniva festeggiato con una semplice processione per le vie del paese, ma poi fu commemorato con la sola celebrazione nella Chiesa Madre.

16 dicembre: San Michele del Terremoto

Di sera, mentre suonavano le campane di tutte le chiese del paese, si svolgeva la processione in ricordo del terremoto del 1857. Don Arcangelo Rotunno riferisce circa l'origine della celebrazione, ancor viva nella sua memoria: «Narrano i vecchi che quella terribile notte, quando reiteratamente la terra si scosse, l'Arciprete corse alla Chiesa Madre e, fatta estrarre dalla nicchia la bellissima statua di S. Michele, opera eccellente del Colombo, la fece portare in giro per l'abitato; ma, giunto l'atterrito corteo alla contrada S. Paolo, flagellato piú delle altre, dovette retrocedere. Da allora in poi, ogni anno dell'anniversario di quella notte malaugurata, l'immagine del Patrono è portata in processione».

Testo: A.Tortorella (tratto da Feste e Riti d'Italia). Adattamento a cura della Redazione

Storia del culto

Padula fu fondata, sul finire del IX secolo, dai profughi della lucana Consilínum o, nella forma italica, Cosilínum. Collocata su un'altura a sud dell'attuale abitato e distrutta - la leggenda locale merita ogni credito - dagli Arabi che, dopo aver operato altre distruzioni in Calabria e Lucania, tra cui la confinante Grumentum in Val d'Agri, si apprestavano ad assediare Salerno al comando dell'emiro 'Abd ΄Allāh ΄ibn Ya'qūb.

Il culto di San Michele poté giungere a Padula, ed in particolare in località Grottélle, ai margini meridionali dell'antico abitato lucano, all'epoca di Costantino il Grande, quando i Cosilinàti calcavano ancora il suolo dell'avíta Cívitas, che ancora oggi ne conserva la denominazione sul colle a sud di Padula, e Marcelliano per interesse del Papa Marcello I fu elevato alla dignità episcopale del suburbanum quoddam, da cui probabilmente il borgo di San Giovanni in Fonte derivò il nome.

Tuttora i Padulesi fanno ritorno all'antiqua Mater per onorare l'Archistratego dell'Esercito celeste nella seconda domenica di giugno, un tempo fors'anche nella prima, allorquando a un di presso Costantino dedicava al Santo il Sosthènion sul Bòsforo poco lontano da Costantinopoli e stabiliva al 9 di giugno la festività commemorativa, che certamente influì sulla sinassi dell'Arcangelo in molti calendari orientali e nei vari santuari che sorsero sul Corno d'Oro tutt'intorno a Bisanzio e nella stessa Città: l'11 giugno, il 12, il 16, il 19 del medesimo mese.

La consuetudine locale ripete in tale circostanza la recita del Rosario cantato di San Michele, raccolta ordinata degl'inni offerti al Santo Guerriero. Fra questi, si distingue per l'arcaicità della composizione l'originale Pater noster, in cui ritornano l'eterno contrasto tra il Male e il Bene, del quale Michele fu propugnatore, e i riferimenti al gusto cromatico bizantino per i toni decisi, al bianco e al rosso, legato alla sacralità della porpora imperiale e simbolo della Divinità, ammantata d'umanità col turchino, tinte evocanti l'abbigliamento del Cristo e le lumeggiature delle icone.

Non è casuale il perdersi nel tempo del ricordo dei primi onori assegnati al Santo. Prima di Lui nell'agro di Cosilínum era stato venerato un nume proveniente ugualmente dalla Frigia e signore, al medesimo modo, delle forze sotterranee, dell'acqua, dei terremoti, degli antri e dei dragoni e come in Frigia ne prese il posto.

"Sanctum/ mundum/ Attinis p(ro) r(editu)/ a fundament(is)/ Helviae Abascante/ et Capitolina f(ilia), d(ecreto) d(ecurionum), p(ecunia) s(ua) f(ecerunt)" è l'epigrafe, riutilizzata dai Certosini di San Lorenzo nelle loro cantine per il torchio delle uve.

Il progredire dei secoli non cancella le tracce dei sacri riti, tanto che nelle forme esteriori il Santo cristiano e la divinità pagana confondono i propri tratti, come avvenne nella regione d'origine. La grotta e l'acqua sono la cornice naturale di San Michele anche a Padula.

Ma è notevole la documentazione medievale che testimonia una processione michaelica, nella quale era portata arbor florida et accensa iuxta morem aliarum ecclesiarum, descritto anche come albero florida quam... cum candelis deferre in festo et ecclesia sancti Angeli requirebatur, come privilegio della Chiesa Madre, intitolata all'Arcangelo, sulle altre nove parrocchie ad essa collegiate, indizio pure del risalto che veniva assegnato alla ricorrenza e ciò avveniva l'8 maggio del 1213 e del 1223.

Ancora alla fine del XV secolo, in vigilia festi apparitionis S. Michaelis, pulsatis campanis dictae Ecclesiae S. Angeli in nona, et vesperis ejusdem, aliae Parochiales Ecclesiae pulsando correspondere debent, et singuli presbyteri aliaruma Ecclesiarum in utrisque vesperi et missa cum superpelliceis induti solemniter convenire ad officium celebrandum, et quaelibet ex octo Ecclesiis praedictis unam arborem viridem abietis ad illam deferre.

Infine si rinnova, con continuità documentata almeno fino alle soglie dell'età moderna, il corteo degli antichi dendròfori di Attis.

Al fine di evidenziare la forte diffusione del culto michaelico è interessante segnalare l'alto numero di chiese, chiesette e cappelle nel territorio di Padula che erano nell'ordine le chiese parrocchiali di San Michele Arcangelo, comunemente Sant'Angelo, San Pietro Codilongo, San Croce, San Clemente, San Martino, San Giovanni, Santa Maria della Cívita (che sembra fosse la piú antica), San Nicola delle Donne, Santa Caterina, San Pietro Petrosello o in Vínculis. A cui si aggiungevano due chiese con ospedale, la Santissima Annunziata e Sant'Antonio Abate ed un altro ospedale unito alla parrocchiale di San Clemente. A cui si venivano ad aggiungere le due chiesette, intra moenia, dedicate alla Madonna del Carmine, quindi San Basilio, San Cataldo, San Domenico alla Tarpèa, San Marco, San Matteo, in séguito monastero agostiniano con mutamento di titolo, San Nicola dei Greci, San Paolo, San Rocco, San Prisco, San Sebastiano, divenuto poi San Carlo Borromeo, Santa Domenica, Santa Lucia, Santa Maria della Nova, Santa Maria delle Grazie, Santa Maria di Costantinopoli, Santa Sofia, Santa Trinità, Sant'Eligio, Santi Quaranta, San Vincenzo, San Vito, San Zaccaria, extra moenia, San Biagio, San Canione, il convento di San Francesco, San Giacomo, San Giuliano, San Leonardo, il monastero certosino di San Lorenzo, , il monastero benedettino di San Nicola al Torone, San Nicola della Starza, San Sepolcro, Santa Domenica, Santa Margherita, Santa Maria de Candelora, Santa Maria della Mattina, Santa Maria di Monte Romito, Santa Maria Maddalena, Santa Maria Peccerélla, Sant'Andrea, Santa Venere, Sant'Elía, Sant'Ermo, San Tommaso, Santo Spirito.

Il sorprendente scenario però nel tempo si veniva modificando infatti tante di esse tra '800 e '900 sono scomparse o distrutte, mentre di molte altre, che non citiamo, rimane solo una traccia toponomastica.

San Michele si lega anche a un'altra festività, che ancora agli inizi del '900 aveva cadenza distinta da quella garganica, anch'essa di chiara matrice grecobizantina. È tratta della solennità di Tutti i Santi, celebrata l'ultima domenica di maggio a differenza del calendario ecclesiastico romano, che la prevede al 1° novembre.


Foto: M. Cartusciello, (1885, 1914, 1925, 1960, 1980)
Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

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