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Maja. Foto: E. De Simoni (1 maggio 2007), Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia Maja. Foto: E. De Simoni (1 maggio 2007), Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

Maggio ad Acquaviva Collecroce

Maja

1 MAGGIO

Il Mája di Acquaviva Collecroce

Acquaviva Collecroce (Campobasso) è un comune molisano popolato da un'ondata migratoria slava dalla prima metà del XVI secolo, come afferma Milan Rešetar: «Tutte le informazioni affidabili che possediamo sopra quegli slavi del Molise, di cui gli ultimi residui sono rimasti nelle tre note località, concordano infatti nell'affermazione che essi furono insediati nelle località in questione nel corso della prima metà del XVI secolo e parlano di loro proprio come di gente che era venuta dalla Dalmazia in Italia non molto tempo prima [...]».

In questo paese, di circa 740 abitanti, ha avuto luogo una importante attività di ricerca sulla lingua slavisana, secondo il neologismo proposto dagli autori del locale dizionario croato molisano. La valorizzazione della lingua, che prevede anche scambi culturali, specialmente in ambito scolastico, con la Croazia, si accompagna alla riattualizzazione delle tradizioni più caratteristiche del luogo.

Oltre la Smercka natalizia, la festa del primo maggio, ripresa dalla metà del 1980 , rappresenta un'occasione di condivisione collettiva di una tradizione particolarmente sentita. Il corteo del Mája rientra nelle feste primaverili propiziatorie , ma ha anche un intento di rafforzamento della fraternità tra la popolazione, che tuttora mantiene vivo il ricordo delle proprie origini. Come avviene nelle analoghe manifestazioni che hanno alla base la figura del pagliaio o pagliaro (l'ammasso di paglia innalzato in forma conica a protezione dalla pioggia), si riveste un telaio conico con elementi vegetali.

Rispetto alle altre composizioni, il Mája di Acquaviva Collecroce ha un aspetto antropomorfo, presenta infatti anche la testa e le braccia. Il risultato è davvero sorprendente e rievoca la fantasiosa complessità di certe immagini arcimboldesche, non tanto in senso grottesco quanto gioioso. La preparazione inizia il giorno precedente la festa, con la raccolta di fiori e primizie, che si protrae fin quando è possibile, per evitarne l'appassimento.

La struttura, alta più di tre metri, è composta da rami flessibili, canne e paglia e, diversamente da quelle di Fossalto e di Colle d'Anchise, non è ricoperta da una rete metallica. L'addobbo viene eseguito da un gruppo di giovani e da alcuni adulti: via via che il Mája prende forma, ognuno contribuisce al miglioramento della composizione con proposte e suggerimenti. Dinnazi al locale adibito per l'allestimento, sostano brevemente alcuni visitatori per seguire e commentare la preparazione.

La mattina del giorno successivo si compiono gli ultimi ritocchi, quando la figura è completata, nel rivestimento e nelle fattezze quasi umane, accentuate nei grandi occhi del volto, il Mája è pronto per essere animato. Questa personificazione presenta un aspetto piuttosto femminile: ha una corona sulla testa, una lunga capigliatura e la parte sottostante appare come un'ampia gonna. Nella rappresentazione osservata nel 2007, il Mája non porta sul capo una croce ma un ciuffo vistoso, a differenza delle analoghe figure di Fossalto (2005, 2006) e Colle d'Anchise (2007), dove addirittura il Pagliaro entra in chiesa.

Alberto M. Cirese, in base alle informazioni raccolte nel corso delle sue ricerche, che attestano la vitalità della festa fino al 1940 e la sua interruzione causata dalla guerra, cita la presenza di una croce di spighe di grano, posta sulla sommità del cono, la benedizione religiosa e la distruzione finale del Mája, presso i ruderi di una chiesa, eseguita da ragazzi.

Su un sito internet dedicato ad Acquaviva Collecroce, è documentata fotograficamente la festa, dal 2001 al 2007, e nel testo introduttivo si legge: "Come da un po' di anni a questa parte viene svolta il primo maggio una festa pagana tramandata dai nostri avi (per fortuna ripresa): si tratta della festa del Mája". Scorrendo le immagini si nota come il ciuffo sia diverso, di anno in anno, cosa che indica come le feste possano risultare diverse, di anno in anno, pur presentando tratti distintivi di base, tracce inevitabili sulle quali i protagonisti procedono con andamenti variabili.

Infine, così composta, la rigogliosa veste vegetale viene indossata da un giovane e ha inizio il corteo, dapprima verso la piazza Nicola Neri, poi lungo le vie del paese. Tra le danze di gruppi in costume provenienti anche da altre località del Molise, e al suono di strumenti tradizionali, lo spirito della vegetazione continua la sua processione, accompagnato dagli occhi discreti di donne che si affacciano dalla soglia delle case o dai balconi. È un giorno particolare, di festa e di memoria, e in tutti vi è un sentimento di seria partecipazione, specialmente nei bambini, impegnati a cantare con l'aiuto di testi scritti.

Questo testimonia l'importanza dell'apprendimento della tradizione nelle feste, non soltanto attraverso il coinvolgimento e l'osservazione, ma anche secondo modalità guidate da associazioni locali, culturali o scolastiche. Via via che il corteo si inoltra nel paese, le danze dei partecipanti e la distribuzione del cibo sciolgono la compostezza iniziale e portano a esprimersi più gioiosamente: giovani e anziani cantano e ballano in circolo attorno al Mája, che si muove con il suo gravoso carico floreale.

Testo e adattamento: E. De Simoni (tratto da Feste e Riti d'Italia)
Bibliografia: Alberto M. Cirese, La "pagliara" del primo maggio nei paesi slavo-molisani

La venerazione della natura e le feste arboree

Nel lungo elenco di condanne lanciate dalla chiesa contro le pratiche popolari derivate da preesistenti forme religiose, la venerazione della natura sembra avere un posto privilegiato, in quanto resiste fortemente e si oppone al concetto stesso della creazione come opera divina: «Alii adorabant solem, alii lunam vel stellas, alii ignem, alii aquam profundam vel fontes aquarum, credentes haec omnia non a deo esse facta ad usum hominum, sed ipsa ex se orta deos esse». Alberi, pietre, acque sono oggetto di particolari rituali e, nonostante il cristianesimo, continua un'ideologia di contrapposizione alla religione ufficiale, determinata da situazioni economiche e sociali strettamente ancorate al mondo naturale come fonte primaria di sopravvivenza, soprattutto presso comunità agricole e pastorali: «Nam ad petras et ad arbores et ad fontes et per trivia cereolos incendere, quid est aliud nisi cultura diaboli? Divinationes et auguria et dies idolorum observare, quid est aliud nisi cultura diaboli? Vulcanalia et Kalendas observare, mensas ornare, et lauros ponere, et pedem observare, et fundere in foco super truncum frugem et vinum, et panem in fontem mittere, quid est aliud nisi cultura diaboli?» .

Tali comportamenti rientrano in una sorta di ecolatria non tanto pagana, quanto arcaica e profondamente radicata presso tutte le culture, contro la quale la chiesa lotterà aspramente utilizzando strategie di sostituzione delle entità venerate, sovrapponendo e adattando nei secoli i propri simboli. Tuttavia l'appartenenza al cristianesimo non esclude la persistenza di alcune pratiche: «Sotto i Re Longobardi, che pure professavano la legge Cristiana colla lor nazione, apparisce che molti del rozzo popolo con pazza credulità veneravano certi alberi, da lor chiamati Sanctivi, come se fossero cose sacre. Gran sacrilegio avrebbero creduto il tagliarli; sembra ancora che prestassero ad essi qualche segno di adorazione» .

Esempi di feste arboree connesse con la celebrazione del Maggio sono tuttora presenti in Italia, in particolare in Lucania, dove si può ricordare il complesso Matrimonio degli alberi di Accettura, nel materano, collegato alla processione del patrono San Giuliano. Sono dunque i rituali primaverili i percorsi privilegiati per l'espressione delle valenze propiziatorie degli elementi vegetali che, oltre a caratterizzare la festa o il canto, divengono talvolta strumenti di immedesimazione tra uomo e natura, attraverso la loro personificazione.

James George Frazer ha ampiamente trattato questi temi nella sua opera, sulla scia di Wilhelm Mannhardt, ricordato in questa citazione sulla personificazione dello spirito della vegetazione: «Without citing more examples to the same effect, we may sum up the results of the preceding pages in the words of Mannhardt: "The customs quoted suffice to establish with certainty the conclusion that in these spring processions the spirit of vegetation is often represented both by the May-tree and in addition by a man dressed in green leaves or flowers or by a girl similarly adorned. It is the same spirit which animates the tree and is active in the inferior plants and which we have recognised in the May-tree and the Harvest-May"».

Usanze del Maggio in Molise

Ovidio cita la dea Flora e Plinio le feste denominate Floralia, tenute tra la fine di aprile e gli inizi di maggio: «itaque iidem Floralia IIII kal. easdem instituerunt urbis anno DXVI ex oraculis Sibyllae, ut omnia bene deflorescerent». La via delle antiche reminiscenze è densa di suggestioni, che sopravvivono non tanto nelle sopravvivenze, più o meno consapevoli, delle tradizioni, ma soprattutto nella considerazione su di esse. Eppure tale via, nella sua impossibilità di spiegazione del presente, ha una grande carica evocativa: «La festosa costumanza molisana di cantar maggio è assai antica e trova precedenti celebri nell'era pagana. Presso gli italici si venerava flora, dea dei fiori e della primavera. Sotto la sua egida era l'agricoltura e il primo maggio le era sacro, riconoscendosi in una rigogliosa fioritura un promettente raccolto».

Tra le feste primaverili, attualmente proposte in Molise, caratterizzate dalla personificazione del Maggio, si possono citare: la Pagliara di Fossalto, la Defensa di Lucito, il Pagliaro (R Puogliar d Maj) di Colle d'Anchise e il Mája di Acquaviva Collecroce (Krûc). Nel 1955 Alberto M. Cirese scrive che alcuni documenti attestano questo tipo di personificazioni nei tre paesi d'origine slava , con caratteri nettamente antropomorfi, e in altre località, con diverse modalità: «... oltre che a Fossalto, dove vive ancora [...] una personificazione di tipo pagliara ci è testimoniata anche per Castelmauro, Bagnoli del Trigno, Lucito, Casacalenda, Bonefro e Riccia» . Cirese sottolinea inoltre che questi paesi non sono distanti dalla zona d'immigrazione slava, ad eccezione di Riccia, dove tuttavia è presente un borgo, detto Schiavone, che indica un contatto con gli slavi.

È interessante notare la dismissione dell'usanza, all'epoca dello scritto, proprio da parte di chi, in origine, si suppone l'abbia introdotta: «Il fatto singolare è che gli eredi dei portatori originari, e cioè gli abitanti dei paesi slavo-molisani di Acquaviva, San Felice e Montemitro, abbiano dismesso il costume, e lo abbiano invece conservato i paesi molisani di origine non slava. È evidente che in questo caso, nel processo di livellamento degli immigrati alla cultura nuova (diversa cioè da quella della loro patria), è avvenuto uno scambio: gli immigrati hanno "ricevuto" nuove costumanze e abitudini (e anche una nuova lingua: molti paesi già slavi sono oggi completamente italianizzati anche nella lingua) ma hanno anche "dato" ai vicini alcune loro costumanze. Ed i vicini che le hanno ricevute hanno rappresentato quasi la zona periferica della espansione del costume, una zona marginale "più conservativa"». Nell'operazione di superamento della discontinuità con il passato, oggi ampiamente effettuata per motivazioni che, sommariamente, si definiscono identitarie, le riproposizioni della tradizione e della lingua hanno un ruolo centrale.

Al di là della categoria discriminatoria di invenzione, che stabilisce una classifica di legittimità o purezza, in base a variabili storiche e demologiche, è utile considerare queste espressioni delle comunità, sia pure talvolta sollecitate da singoli o gruppi ristretti, elaborazioni collettive di elementi culturali, pensati come propri e distintivi. Attraverso queste riattualizzazioni si tenta di ridefinire una localizzazione sociale, che può espandersi oltre i confini territoriali, quando è condivisa con le comunità all'estero, e anche oltre i confini di una memoria documentabile, poiché è il vissuto nel presente a dare un senso all'azione collettiva, senza interrogativi sulla defunzionalizzazione.


Foto: E. De Simoni e D. D'Alessandro (30 aprile e 1 maggio 2007)
Archivio Fotografico dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

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