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San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo

8 MAGGIO - 29 SETTEMBRE

Il pellegrinaggio

Il pellegrinaggio a Monte Sant'Angelo (Foggia), dopo un periodo di stasi, è oggi ripreso anche da altri paesi della Puglia, dell'Abruzzo e del Molise. Compiono il viaggio a piedi la compagnia di San Marco in Lamis, quelle di San Salvo e di Ripabottoni. Molte altre giungono in auto o in pullman, rispettando i rituali di pellegrinaggio: il canto di ingresso dedicato all'Arcangelo, la recita della Coroncina angelica e il canto di licenza prima di ripartire. La città di San Marco in Lamis è molto devota all'Arcangelo. In quasi tutte le famiglie c'è un componente che porta il nome di Michele. L'8 maggio di ogni anno, duecento pellegrini si muovono incolonnati lungo i trentasei chilometri che separano i due paesi. Come facevano gli antichi "romei", equipaggiati di tutto punto, al seguito di una grande Croce, marciano verso il santuario per ore e ore con soste lungo la Via sacra Langobardorum (Statale 272): al Convento di San Matteo, alla tomba di Padre Pio a San Giovanni Rotondo e al Casale di Sant'Egidio o Pantano.

Guidata da un sacerdote, la Compagnia parte dalla piazza antistante la Villa comunale, nota come "sope li puzze", ossia il luogo dove si trovano i pozzi di acqua sorgiva che un tempo dissetavano l'intera cittadinanza, oltre ai pellegrini che per secoli transitarono lungo questo tragitto. Prima della partenza, viene officiata una Santa Messa propiziatoria nella Collegiata. Non è lecito recarsi alla Grotta dell'Arcangelo con pensieri profani, occorre compiere il tragitto sospinti da "fede, amore e gambe". Si va, infatti, al luogo sacro per sciogliere uno storico voto di penitenza. Un lungo cammino vissuto nella preghiera, nell'aiuto fraterno e nella carità. Nell'ultimo tratto verso la Basilica, quando lasciano la strada asfaltata per prendere un sentiero montuoso, i pellegrini portano in mano una grossa pietra in segno di penitenza per poi farla rotolare vicino alla grotta. E' il simbolo della vita che comporta un cammino impegnativo. All'arrivo a Monte Sant'Angelo, i pellegrini sono accolti dal suono delle campane delle chiese e da tanti sammarchesi che si radunano ai lati delle strade per salutarli festanti. Durante il soggiorno, si dedicano alle preghiere e all'esercizio di pie pratiche, espletate presso il santuario e presso le altre chiese dal passato glorioso di cui è ricca la città. I momenti più importanti della "tre giorni" sono la recita del rosario durante il tragitto; la catechesi e la celebrazione eucaristica nel santuario; la Via Crucis lungo la strada del ritorno. Al rientro a san Marco una vera e propria folla, radunata al quartiere Casarinelli, accoglie i pellegrini. L'arrivo è salutato con fuochi pirotecnici. Subito dopo, viene celebrato il ringraziamento, officiato presso un piccolo altare allestito nei pressi di Ponte Ferrarello.

Altre Compagnie di antica tradizione giungono annualmente a Monte Sant'Angelo, rispettando arcaici rituali: i pellegrini di Boiano e Toritto, come quelli di San Marco in Lamis, lungo il sentiero, raccolgono una pietra, metafora dei propri peccati, che portano stretta nella mano fino alla vetta; giunti sul pianoro, la gettano alle spalle, in segno di liberazione dal peccato. Ricordiamo che frammenti di pietra della grotta, fino agli anni sessanta, erano portate addosso dai fedeli, con funzione apotropaica, in piccoli cuori di stoffa bianca, detti coretti, miniatura del cuore dell'Arcangelo. Confezionati dalle donne montanare, venivano venduti a migliaia nelle botteghe dove si vendevano crocette e pietre di San Michele. Analoga funzione aveva l'abitino o uangelii, sacchetto di stoffa bianca che si apponeva alle fasce dei neonati per preservarli dal malocchio. All'interno veniva posto un santino dell'Arcangelo.

Dal 1995 da Vieste si rinnova il tradizionale pellegrinaggio del 29 settembre. E' stato ripristinato il "Sentiero dei Sammekalére", un antico percorso definito dagli appassionati di trekking «tra i piú suggestivi del Promontorio». Dopo la ricostituzione del Sovrano Ordine dei Pellegrini di San Michele Arcangelo, grazie all'impegno del WWF di Vieste, la via erbosa che porta direttamente alla grotta sul Monte è stata oggi risistemata dal Parco Nazionale del Gargano.

La partenza dei pellegrini avviene all'una e trenta di notte, al chiarore delle fiaccole. Il priore del Sovrano Ordine batte tre colpi decisi sulla porta sbarrata della Cattedrale: chi resta a casa viene bruscamente svegliato dallo scandire incessante dei campanelli e dai rituali canti micaelici. Gli abitanti del borgo antico si affacciano alle finestre e con un segno di croce salutano i Sammekalére in partenza. Un tratto in bus, fino a "Tacca del Lupo", sulla statale 89. L'orologio segna le quattro del mattino, inizia il trekking verso Coppa Fusillo, da dove si profilerà l'erto abitato di Monte Sant'Angelo. È ancora buio. Avvolti dalle tenebre, i pellegrini percorrono in fila l'antico sentiero, un tempo praticato dalle mandrie svernanti nella piana di Vieste. Risuonano le interminabili litanie, e la supplica al Principe delle Celesti Milizie, rivisitata in chiave ecologista: «A te Michael /a te principe della fede /noi pellegrini del Gargano /amanti di questa terra /antica e meravigliosa /rivolgiamo questa supplica: /fa' che l'uomo malvagio / non uccida animali indifesi /non bruci boschi e foreste /non inquini il cielo, la terra e il mare. /Ti preghiamo Michael /di usare la tua spada, se necessario /per punire quelli che spinti /dalla bramosia del denaro /calpestano tutto e tutti /seminando morte e solitudine. /Noi ti affidiamo questo compito, /o Principe degli Arcangeli, /e ti preghiamo di assolverlo. /Gloria tibi Sancte Michael».

La sosta rifocillante è presso la Masseria Rignanese. Superato il tratto più duro che condurrà i Sammekalére, dopo l'impervia salita per i tornanti della Montagna, sul sagrato della Reale Basilica, si scende nel sacro Speco. I pellegrini, in ginocchio al cospetto dell'Arcangelo, gli offrono la loro fatica. Con gli occhi chiusi e il capo chino, lo ringraziano. Dopo la santa Messa e la processione dietro la statua del Santo, lungo le strette stradine di Monte Sant'Angelo, il ritorno a Vieste e il "ringraziamento" in Cattedrale.

La Celeste Basilica oggi

Dall'atmosfera del sacro luogo promana un fascio oscuro e misterioso, che si materializza nel gioco di luci e ombre convergente sulla scintillante presenza della statua di S. Michele Arcangelo sotto la volta della grotta. La Chiesa è ben distinta in due parti: una appena si entra, costruita in muratura, chiamata la Navata Angioina; un'altra, allo stato naturale, è una spelonca nella roccia calcarea. A destra dell'ingresso troviamo un piccolo altare, che ricorda la visita di San Francesco d'Assisi, compiuta nel lontano 1216. San Bonaventura narra che San Francesco non si ritenne degno di entrare al cospetto del Principe delle Celesti Milizie: si fermò a pregare dinanzi all'entrata della Grotta.

All'interno del santuario, si può ammirare la statua di San Michele, opera di Andrea Contucci detto il Sansovino (1507), scolpita nel marmo bianco di Carrara. Il Principe delle milizie celesti è un guerriero che calpesta Satana, raffigurato nelle sembianze di un mostro.

Nel 1989 è stato aperto il museo devozionale che raccoglie i diversi oggetti che testimoniano il culto verso l'Arcangelo. Doni offerti al santuario dai pellegrini, in segno di riconoscenza per le grazie ricevute. Ex voto e statuette in alabastro o in pietra locale. Attualmente, rimangono 145 tavolette dipinte (di cui 133 conservate nel Museo devozionale e 12 custodite nel Museo etnografico Tancredi), ceri di varie dimensioni e provenienza, un centinaio di ex voto anatomici in argento e in metallo dorato, ornamenti preziosi. Le tavolette votive, opera di pittori garganici, raffigurano incidenti di caccia, incidenti di carretto, incidenti occorsi ai tagliatori di legna della Foresta Umbra, ma anche malattie, usi antichi come il lamento funebre, rovinose cadute in pozzi e cisterne, o da lunghe scale usate per la raccolta delle olive, oltre ai morsi di cavalli e cani rabbiosi. Nell'ultima sala, al centro della parete di fondo è posta la più antica icona di San Michele venerata nel santuario: un'opera in rame dorato, conosciuta come Icona bizantina del secolo VI-VII. In realtà, la sua origine risale all'epoca longobarda (VIII-IX sec). I doni, offerti al santuario ed ora raccolti nel Museo, testimoniano l'amore, la devozione a San Michele attraverso i secoli, la vitalità e l'importanza di questo luogo per i pellegrini di tutto il mondo.

La parte più suggestiva delle antiche costruzioni del santuario sono le Cripte. Lunghe circa 60 metri, si sviluppano sotto il pavimento della Basilica. Risalgono all'epoca longobarda e sono ritornate alla luce dopo gli scavi promossi da monsignor Nicola Quitadamo negli anni 1949-1960. Sono qui le numerose iscrizioni graffite lungo le pareti delle "cripte", alcune a caratteri runici, che testimoniano il notevole afflusso di pellegrini provenienti da tutta l'Europa fin dall'epoca longobarda. Queste costruzioni, risalenti al VII-VIII secolo, furono separate dalla Sacra Grotta verso gli anni 1270-1275, quando gli Angioini diedero al santuario l'assetto attuale. Al tempo di Carlo I e Carlo II d'Angiò, esso subì infatti rilevanti interventi di ristrutturazione, con l'aggiunta di una navata e della scalinata d'accesso.

Dal 13 luglio 1996, i Padri della Congregazione di San Michele Arcangelo hanno assunto la cura pastorale del santuario di S. Michele, sostituendo i Padri Benedettini Verginiani.

Testo: T. M. Rauzino (tratto da Feste e Riti d'Italia). Adattamento a cura della Redazione

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